CloudSeed, così Seeweb vuole aiutare le startup italiane

Seeweb e stata la prima compagnia italiana a entrare nel mondo del cloud computing, quando ancora questa parola era meno gettonata di questi giorni e Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb, ha intravisto, giustamente, un trend futuro per il nostro mercato. Si puo dire che oggi una buona parte del fatturato di Seeweb provenga proprio da servizi di cloud computing, e la compagnia e interessata a espandere questo modello anche con iniziative esterne.

Seeweb è stata la prima compagnia italiana a entrare nel mondo del cloud computing, quando ancora questa parola era meno gettonata di questi giorni e Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb, ha intravisto, giustamente, un trend futuro per il nostro mercato. Si può dire che oggi una buona parte del fatturato di Seeweb provenga proprio da servizi di cloud computing, e la compagnia è interessata a espandere questo modello anche con iniziative esterne. 

Non è errato, il cloud è di fatto la base di partenza per gli sviluppatori di oggi, come dicevo nell’articolo dedicato a iOS6, in un mondo in cui la tua applicazione può essere usata da milioni di persone, non vi sono soluzioni tecnologiche migliori di una infrastruttura cloud, scalabile. 

CloudSeed_logo

Ma veniamo a noi, molti di voi avranno sentito parlare di CloudSeed in rete, l’iniziativa di Seeweb che vuole aiutare le startup che hanno una idea imprenditoriale ad avviarla con un finanziamento iniziale di 30.000 Euro: nell’idea di Seeweb il target ideale sono quelle startup che traggono un diretto beneficio dall’uso del cloud computing e che quindi possono trarre vantaggio dall’infrastruttura stessa della compagnia. Una cosa simile è avvenuta con Docebo, una piattaforma di e-learning, partecipata proprio dal capitale di Seeweb, che oggi è in forte crescita e utilizza un modello completamente cloud, che scala benissimo al crescere del numero di utenti che usano la piattaforma. leosorge1

Negli scorsi due giorni ho avuto una interessante chiaccherata con Leo Sorge (in foto), la persona che segue con Seeweb il progetto CloudSeed e che si occupa in prima persona di valutare le proposte che giungono a Seeweb. Abbiamo già parlato di CloudSeed in altre occasioni, ma questa è quella ideale per approfondire i dettagli; mi auguro di vedere altre iniziative di questo genere da chi si occupa di tecnologia nel nostro paese, sono sicuramente un valido punto di approdo per i neo-imprenditori che si trovano a fare i conti con una realtà che spesso non è loro familiare. 

La parola a Leo Sorge nell’intervista. Tutte le informazioni per entrare in contatto con Cloud Seed sono disponibili su www.cloudseed.it. Il form da compilare per inviare la propria proposta di startup è a questo indirizzo: http://www.cloudseed.it/form/

Seeweb come partner tecnologico

Una premessa doverosa, Seeweb affianca le singole startup come partner tecnologico e non come venture capitalist o come Business Angel, cosa che ovviamente può avvenire in alcuni casi ma non è l’idea di base di CloudSeed, per questo da subito bisogna chiarire che Seeweb non svolge il ruolo di incubatore o venture capitalist. 

1) Leo, per prima cosa, di cosa ti occupi nel progetto CloudSeed?

Cloud Seed è un progetto che seguo in tutte le sue fasi. Mi piace definirmene il segretario. Precedentemente avevo realizzato con Seeweb altri eventi sul cloud. Per il 2012 abbiamo valutato alcune idee e alla fine Antonio Baldassarra, Ceo di Seeweb, ha deciso di puntare sul contest per le startup. Ma con un obiettivo preciso.

2) Non parliamo di un vero e proprio programma per tutte le startup, ma di quelle che usano la cloud intensivamente, mi spieghi meglio?

Ottima domanda: la cloud intensity è l’obiettivo preciso, il fulcro dell’idea Cloud Seed. La nostra formulazione di cloud intensity richiede che almeno una delle risorse in cloud (Cpu, storage, Ram, banda) cresca in maniera più che lineare all’aumentare degli utenti. Preciso che l’utente potrebbe non essere l’utente di destinazione, ma un inserzionista, una località, tutti punti nei quali si può innestare l’aumento delle risorse impiegate.

3) Quale è l’aiuto fornito da Seeweb e in che modo? Quali sono i casi di successo già presenti?

Seeweb è un partner tecnologico, non un business angel né la divisione marketing di una grandeazienda. Il suo investimento di 30 mila euro in conto capitale ha dietro la consulenza tecnica di un cloud provider e l’esperienza di altre start-up finanziate, quali Docebo e Heyware. E non c’è nessuna scelta tra B2B e B2C.

4) Quindi di fatto non è possibile pensare a Seeweb come un venture capitalist, piuttosto come un partner tecnologico? o ci sono altri aspetti? 

Assolutamente come un partner tecnologico che investe nelle idee. 

5) Quante richieste e proposal avete ricevuto fino ad oggi nel programma Cloud Seed?

La prima fase è stata ad invito. Ho analizzato oltre duemila schede pubbliche di svariati elenchi e contest ed ho individuato 18 aziende che potevano rispondere ai requisiti. Li ho cercati personalmente, riuscendo a parlare con 15 di loro (sì, alcuni non non esistono, altri rispondono) ed individuandone 10. Noi organizziamo degli incontri periodici, le Seed Beer, nelle quali le start-up incontrano la giuria. Ne abbiamo organizzate due: nella prima su 5 inviti ne sono venute 4; nella seconda ne sono venute tre.

Ho cercato di organizzare una Seed Beer a Firenze, con una serie di contatti specifici che raggiungevano alcune centinaia di sviluppatori di gruppi ben nutriti ma ho ricevuto una sola risposta da un’agenzia pubblicitaria di Torino, pensa un po’.

Adesso parte la seconda fase. Abbiamo messo on-line il modulo d’iscrizione e contiamo di ricevere alcune centinaia di schede al mese, con 4-5 proposte formalmente corrette ogni 100 proposte. Per quanto riguarda i dati siamo aperti e non avremo difficoltà a renderli pubblici.

Perchè Cloud e Startup vanno d’accordo

6) Cloud Computing e Italia, ovviamente Seeweb ha un ruolo di parte in questo giudizio, ma come giudichi l’evoluzione nel nostro mercato?

Il cloud, in particolare il cloud pubblico, è la risposta principale. Gli italiani non sanno scrivere software di sistema, ma hanno idee codificabili in algoritmi geniali. Ora che la piattaforma è commodity, il fattore amplificativo della genialità italiana può essere enorme. Anche la Pa degli ottomila comuni potrebbe fare un balzo di vent’anni adottando il cloud. Certo i concetti di diritti e privacy verranno riplasmati sulla scala della Rete, planetaria e disomogenea, e bisogna essere pronti.

7) Al pari per le startup, ora è una buzzword spesso mal utilizzata, quale è il reale potenziale del nostro paese in questo campo?

Se la start-up è una imitazione del modello californiano anni ’90, credo che il nostro potenziale sia zero o quasi. Ci vuol altro: le aziende possono finanziarsi con vari modi, in primis con i propri clienti. Ci vuole un’idea reale e un ambiente tecnico e commerciale dove proporsi.

Noi viviamo troppo nel mondo degli exploit e troppo poco nel mondo reale: dietro al giusto clamore di una Glancee (peraltro una acqu-hire da qualche milione di dollari), probabilmente, cinquemila start-up e ventimila ragazzi italiani urlano quasi senza speranza. Dargliela vuol dire partire da una formazione al lavoro metodico e non alla ricerca di exploit mediatici.

8) Tra le proposte arrivate fino ad oggi, quali sono i settori o i modelli di business più sfruttati?

Le reti di prossimità sono ben rappresentate. I modelli di business, invece, vanno verificati.

9) Mi parli di un mondo poco reale per quanto riguarda le startup italiane di oggi: l’idea è quella di finanziare idee che possono essere da subito sostenibili e profittevoli nel breve periodo?

Parlavamo in senso generale, non di Cloud Seed. La mia personale idea è che i ragazzi di oggi dovrebbero fare aziende, quindi avere un’idea di business ben precisa che porti a fatturare entro i primi 12 mesi. Confrontarsi con un mercato da molti milioni di utenti potenziali, dei quali per idee fantasy si dovrebbero acquisire quote significative, non mi sembra la scelta preferenziale. 

I capitali di ventura (dal seed in poi) sono una delle alternative, non l’unica, non forzatamente quella iniziale. Un partner può risolvere, almeno inizialmente, il problema del confronto con il mercato.

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