Data center sul fondo dell’Oceano: fact checking

L'idea di collocare dei data center sul fondo del mare è affascinante ma ad un'attenta analisi emergono una serie di problematiche. Ecco quali.

Data center sul fondo del mare

 

Project Natick è un interessante progetto presentato da Microsoft ad inizio mese che, in sintesi, prevede l’installazione di data center sul fondo del mare. L’idea alla base dello studio è quella di effettuare il deploy di strutture in grado di sfruttare l’energia pulita delle maree e delle correnti per alimentarsi, la massa d’acqua circostante per raffreddare gli impianti e soprattutto raggiungere il più elevato numero di persone: secondo quanto affermato anche nel mini sito dedicato, “metà della popolazione mondiale vive entro i 200km [dal mare]“.

A distanza di alcune settimane, l’editorialista Mark Monroe del noto portale Data Center Knowledge è tornato sulla questione dei data center “sommersi” per verificare l’attendibilità delle dichiarazioni di Redmond. Vediamo insieme quali sono le considerazioni emerse a seguito della sua operazione di “fact checking”.

Un’idea poco gradita

La “prova su strada” di Natick è stata effettuata naturalmente negli Stati Uniti, per la precisione nelle acque della California. Secondo quanto osserve Monroe, gli americani sembrano proprio non gradire iniziative o progetti che prevedono la costruzione e/o collocazione di strutture o affini nelle acque costiere: ad esempio il Cape Wind Project (delle turbine a largo della costa per sfruttare l’energia eolica), tra opposizioni varie e rinvii, è in ballo da circa 15 anni; o ancora l’abbandono del progetto di Seattle legato alla generazione di energia con le maree, sul quale furono investiti 8 anni di tempo e 3.5 milioni di dollari.

Impatto ambientale dei data center

Tra le osservazioni riportate invece dal team Microsoft, la perfetta o quasi integrazione tra i moduli installati sul fondo del mare e l’habitat circostante che si è rapidamente “impossessato” della nuova area riadattandola alle proprie esigenze (es: riparo per la fauna marina). Secondo Monroe la situazione è invece differente: prendendo come punto di riferimento il consumo di energia dichiarata per capsula (27 kw) e applicandolo ad un ipotetico progetto “finale” costituito da 10 capsule, ciascuna con almeno lo spazio necessario all’installazione di 3 rack (invece di 1 dell’originale), si deduce che il consumo totale per ora arriverebbe a circa 800kw; senza alcun ricambio d’acqua (assenza di correnti) la temperatura di quest’ultima potrebbe aumentare ogni ora di circa 0.7 gradi Celsius, andando a creare una sorta di micro clima nell’area circostante l’impianto ed attirando specie “aliene”.

Bilancio energetico, modularità

Monroe smentisce anche l’affermazione del New York Times secondo il quale, grazie all’energia pulita delle maree, è possibile evitare l’immissione di nuova energia dall’esterno scongiurando l’innalzamento generale della temperatura.Teoricamente il ragionamento è giusto, in quanto conforme a quanto affermato dalla Prima Legge della termodinamica; all’atto pratico le cose stanno diversamente perchè, come osservato in precedenza, le capsule generano calore. E l’energia meccanica delle correnti, convertita in energia termica, causerà inevitabilmente l’innalzamento delle temperature nell’area di deploy. Senza dimenticare i periodi in cui correnti e maree saranno assenti, come saranno alimentate le infrastrutture?

Infine i teorici vantaggi rappresentati dall’approccio modulare del progetto. Monroe osserva che esistono già da un decennio progetti equivalenti riguardanti però il deploy sulla superficie terrestre e con tempistiche di realizzazione ed installazione simili a quelle dichiarate da Microsoft (90 giorni). Quel che invece penalizza i container “acquatici” sono i costi di realizzazione: assemblare una struttura che sia in grado di resistere alla pressione generata dalla massa d’acqua sovrastante non è infatti economico – si stima circa 10-20 volte rispetto ad un container “terrestre” o, per citare alcuni numeri, almeno 3100$ per piede quadro contro i 129$ di una normale abitazione statunitense.

A fronte dei punti sollevati da Monroe, il futuro dei data center sottomarini appare incerto.

 

 

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