DigitalOcean, un bilancio dei primi tre anni

A tre anni dall'arrivo sul mercato, la "piccola" startup DigitalOcean sembra una delle poche in grado di competere con i big del settore

DigitalOcean

L’evento “Structure” organizzato recentemente da GigaOM in quel di San Francisco (ne abbiamo già parlato in merito alle dichiarazioni di Urs Hölzle) ha accolto tra i vari rappresentanti del dinamico ecosistema californiano anche DigitalOcean, impresa sbarcata sul mercato nel 2012 nota anche come la “startup dei record”.

Come abbiamo avuto modo di constatare più volte, DigitalOcean è riuscita infatti ad acquisire una propria posizione di rilievo nel settore focalizzando il proprio portfolio servizi su uno specifico target di utenza, ovvero gli sviluppatori: la mossa che poteva in un primo momento sembrare azzardata si è rivelata invece vincente e, contrariamente dalle consuete dinamiche di mercato, che relegano i piccoli provider ad un ruolo di secondo piano rispetto ai grandi, la startup può già vantare un secondo posto nella classifica di server visibili dal web – 163.000, in cima alla classifica figura  prevedibilmente AWS.

Structure si è rivelato il palcoscenico ideale per fare il punto della situazione sul mercato del cloud computing e parlare del futuro: attualmente la startup opera in 11 data center (era partita da due) e, negli ultimi 12 mesi, ha continuato a crescere a ritmi sostenuti (“hyper growth”). DigitalOcean, come sottolineato anche da Luca Salvatore (network engineering manager), deve ormai affrontare quotidianamente problematiche “tipiche” dei grandi provider come ad esempio la necessità di espandere la proria infrastruttura a livello globale (ed infatti sono stati “aperti” tre data center nel 2014 e due nel 2015) e di fornire connessioni “private” ai clienti.

Data center e connessioni private

In merito al primo punto, la startup ha deciso di ampliare il proprio raggio d’azione appoggiandosi anche a noti data center provider come Equinix, Interxion, TelecityGroup etc. stabilendo le location dei prossimi “snodi” infrastrutturali in base alla “domanda”: ad esempio, come riferito dallo stesso Luca S., il prossimo data center sorgerà nei pressi di Toronto perchè nell’area in questione è presente un elevato numero di sviluppatori (circa mezzo milione). La presenza nel Sud-est asiatico è un altro importante dato da ricordare (Singapore).

Per gestire al meglio il processo di crescita del parco macchine, DigitalOcean ha dovuto progettare “in casa” un sistema che svolgesse autonomamente operazioni di setup e provisioning dei server collegati alla Rete, oltre ad un potenziamento del network con l’utilizzo di switch di rete Juniper da 40 Gigabit – Facebook ha annunciato questi giorni di aver adottato switch da 100 Gigabit.

La scarsa fiducia delle imprese nei confronti della Rete, ritenuta un luogo di transito poco affidabile per dati ed applicazioni “critiche”,  è invece una questione della quale la startup è al corrente ed alla quale intende rispondere sul medio termine con opzioni simili a quelle proposte dalla concorrenza: accesso diretto ai servizi da colocation data center o strutture private del cliente attraverso connessioni private fornite da uno o più operatori (Level 3 e Verizon ad esempio).

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