Dropbox: perchè l’addio ad AWS ha senso

E' possibile gestire un'infrastruttura teoricamente più grande di quella di AWS ad un costo minore? Gli analisti spiegano la mossa di Dropbox

Dropbox

Dropbox, una foto dalla sede di San Francisco

Il passaggio di Dropbox ad una soluzione “in house” ha naturalmente attirato l’attenzione del mercato e della stampa specializzata che ha cercato, insieme agli esperti del settore, di analizzare meglio l’avvenimento. La nota compagnia di servizi cloud storage, infatti, era stata uno dei primi clienti di AWS (nello specifico i servizi S3) fin dal lontano 2008, anno d’avvio attività.

L’editorialista Nicole Henderson di Data Center Knowledge si è inserita nel dibattito provando a spiegare perchè la scelta apparentemente anomala di Dropbox sia in realtà del tutto sensata. Vediamo perchè.

In prima battuta, sottolinea, è lecito chiedersi come sia possibile che un’azienda necessiti di un’infrastruttura ancora più grande di quella messa a disposizione da AWS, leader indiscusso dei servizi cloud pubblico con 12 region a livello globale ed altre 5 in arrivo sul medio termine. E dal punto di vista dei costi è davvero conveniente abbandonare AWS per gestire personalmente un’infrastruttura – con annesse spese derivanti dall’aggiornamento/sostituzione hardware, raffreddamento etc.?

Akhil Gupta (vice president of engineering presso Dropbox) ha dichiarato a Wired che la soluzione “in house” consente di ottenere un considerevole risparmio: “nessuno porta avanti un’attività del genere [riferito ad AWS e simili] per beneficienza… c’è sempre un margine di guadagno da qualche parte”. Ed a confermarlo indirettamente anche le affermazioni del CEO della startup Moz e sempre in occasione di un analogo trasloco da AWS: le spese si sarebbero ridotte a 2.8 milioni di dollari rispetto ai 6.2 milioni  destinati in precedenza al pagamento dei servizi AWS.

Una soluzione ibrida per Dropbox

Come suggerisce anche il titolo del paragrafo ed osserva la stessa editorialista, la forma che assumerà l’infrastruttura Dropbox sarà quella di una soluzione ibrida. Dalle dichiarazioni del vicepresidente si apprende che oltre agli investimenti destinati alla propria infrastruttura, il provider di servizi cloud storage si appoggerà ad AWS “dove avrà effettivamente senso farlo”, ad esempio per l’archiviazione dei dati dei clienti europei (settore enterprise) in Germania.

Questo significa, si domanda in chiusura, che trend come la colocation faranno nuovamente ritorno sulla scena? Non esattamente. Semplicemente continueremo a vedere sia aziende come Dropbox che investano nella propria infrastruttura ma si appoggiano all’occorrenza ad una piattaforma cloud, sia aziende che spostano workload dal pubblico al privato o addirittura tornano optano per una strategia completamente opposta (Netflix). Per gli analisti il prossimo brand a fare il grande passo “in house” potrebbe essere Apple (che come abbiamo visto sta già attuando una strategia di diversificazione provider). Sarà veramente così?

 

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