Il futuro delle aziende non è solo nel cloud pubblico

AWS ed altri provider prevedono il passaggio delle aziende nel cloud pubblico ma secondo J. Forrester, ex guru infrastruttura Apple, la situazione è diversa

dc

Il futuro è nel cloud pubblico come auspicano AWS ed altri provider? I big del settore IaaS, che da soli si spartiscono buona parte del giro d’affari del mercato, si troveranno a gestire buona parte delle infrastrutture aziendali? Secondo Jason Forrest, CEO SnapRoute ed ex global data center network manager presso Apple, non è così ed i data center privati continueranno a godere di ottima solute per molto tempo. Vediamo quali sono le sue argomentazioni riprendendo un articolo apparso su Fortune.

I sostenitori del cloud pubblico, tra i quali figura in prima linea il leader del settore AWS, affermano che il passaggio in toto delle aziende è la scelta migliore perchè: gestire un’infrastruttura privata ha costi più elevati; il livello generale di sicurezza è sensibilmente maggiore; le risorse umane non impegnate nella gestione dell’infrastuttura possono essere riassegnate ad altre task (come la programmazione o il miglioramento del software).

Forrester afferma che la presunta morte dei data center privati non è tanto un’esagerazione di AWS ed affini quanto una previsione totalmente sbagliata (che si riferisca anche alla scelta di Dropbox?). E pienamente in linea con la propria linea di pensiero ha lasciato circa un anno fa la Apple per fondare una startup (SnapRoute) il cui scopo è appunto quello di offrire, per importanti applicazioni business, la stessa flessibilità del cloud pubblico in data center privati.

Cloud pubblico solo per “easy stuff”

Il cloud pubblico è adatto alla gestione di task ed applicativi non “core” come ad esempio applicazioni web ed email: “la maggior parte delle applicazioni sono personalizzate in base alle esigenze dell’azienda stessa, ciò significa che non si adattano perfettamente ad un ambiente cloud pubblico. Ecco perchè sistemi di accounting o di tracciamento non si trovano nel cloud pubblico. Quando [si parla di software dal quale dipendono le rendite dell’azienda, quest’ultima necessita di avere] il controllo totale della propria infrastruttura. Ed è difficile farlo non potendo nemmeno visitare personalmente il data center cloud pubblico [di riferimento]”. Il sistema di mappatura di Uber o il noto assistente virtuale Siri continueranno insomma ad essere eseguiti da data center proprietari, aggiunge Forrester.

In un’epoca in cui persino le banche iniziano a valutare un passaggio più “deciso” nel cloud, osserva invece l’editorialista di Fortune, la posizione di Forrester potrebbe sembrare discutibile. Ad uno sguardo più attento l’intuizione di SnapRouter potrebbe invece rivelarsi esatta.

Tra i motivi che lo lasciano intuire viene citato ad esempio il notevole calo di prezzo dell’hardware destinato a costituire le fondamenta di qualsiasi data center: storage, server, networking sono ormai una commodity e ben al di sotto dei prezzi di soluzioni messe a disposizione da noti assemblatori come IBM, Cisco, HP ed altri. Le linee guida sul “come fare” sono  invece fornite dall’Open Compute Project (OPC), iniziativa nata nel 2011 che promuove l’approccio opensource sia nell’hardware che nel software impiegato nei data center (poco gradita ai vendor citati poco fa).

Ma oltre all’hardware le aziende necessitano anche di software in grado di gestire e configurare al volo i vari componenti. SnapRoute si inserisce proprio in questo campo con FlexSwitch, una soluzione chiaramente votata al software defined networking e pensata per funzionare con l’hardware commodity. SnapRoute ed altri stanno solo cercando di rimandare l’inevitabile? Sarà come sempre il mercato a deciderlo.

 

 

 

 

Facci sapere cosa ne pensi!

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *