Google: un nuovo standard per gli hard disk storage

Secondo Mountain View è necessario stabilire un nuovo standard per gli hard disk destinati ai servizi di cloud storage. Vediamo meglio di cosa si tratta.

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I servizi cloud storage sono attualmente in forte crescita e probabilmente destinati a rappresentare (per entrate) buona parte del mercato generale di riferimento. A confermarlo anche le consuete proiezioni degli analisti, in questo caso citiamo i dati diffusi da Cisco: nel 2019 ciascun utente (gli utilizzatori della Rete saranno circa 2 miliardi) utilizzerà mensilmente un traffico cloud storage pari a circa 1,6GB (992MB nel 2014); considerando inoltre l’allargamento del business legato all’Internet of Things, i dispositivi intelligenti genereranno annualmente un volume di dati pari a circa 507.5 Zettabytes (134.5 ZB nel 2014).

Non sorprende allora che uno dei principali interessi di Google (ma non solo, si pensi ad esempio alle sperimentazioni relative all’impiego di DNA per l’archiviazione di dati) sia quella di fronteggiare al meglio l’insaziabile fame di storage dell’utenza. Per rendere ancora meglio l’idea Eric Brewer (VP of Infrastructure presso Google) ha parlato in un recente convegno a tema (File and Storage Technology 2016)  di quale sia l’attuale trend su YouTube: gli utenti del noto portale effettuano ogni minuto l’upload di circa 400 ore di video; il tutto, in termini di capacità di archiviazione da aggiungere all’infrastruttura, si traduce in circa 1 petabyte (1 milione di GB) al giorno.

Un nuovo standard per le unità storage

A fronte di tali richieste, la tecnologia a disposizione dei provider rischia di non essere più adeguata. Gli attuali hard disk enterprise, afferma Google (qui è possibile visionare il paper in pdf), non sono stati pensati per gestire scenari del genere, bensì per assecondare unicamente i classici casi di utilizzo dei server. E’ interessante notare come Mountain View parli sempre di unità meccaniche e non di SSD, nonostante questi ultimi siano in grado di garantire performance superiori. Come spiegare questa scelta? In sintesi il costo per GB delle unità SSD rimane ancora troppo alto ed il valore capacità offerta/costo delle unità SSD ( quelle in grado di garantire un numero adeguato di processi di riscrittura) rimane prossimo a quello degli hard disk, non garantendo alcun apprezzabile abbassamento dei costi sul medio termine (10 anni). La compagnia preferisce utilizzarli unicamente per workload ad alte prestazioni e per il caching.

Gli hard disk enterprise del futuro dovranno in primo luogo abbandonare il formato dei 3.5″ (mutuato dai floppy disk) per trovare un form factor che consenta di ottenere un migliore costo totale di proprietà (TCO in inglese). In seconda battuta si potrà intervenire su altri aspetti “di livello strutturale” come l’ottimizzazione termica, delle vibrazioni prodotte, del peso, dell’elio (utilizzato in particolare per la produzione di unità meccaniche di elevata capacità che grazie all’elio possono adoperare un numero di piatti maggiore).

L’obiettivo più arduo da raggiungere è naturalmente quello che riguarda la standardizzazione dei nuovi hard disk da impiegare in qualsiasi ambito legato all’impiego di tali componenti hardware, operazione che mediante un tavolo di lavoro comune dovrà mettere d’accordo tutti abbandonando definitivamente il form factor da 3.5″ inaugurato nel lontano 1983. L’industria di settore sarà davvero pronta a compiere il passo epocale?

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