Introduzione a Google Analytics

Uno dei primi passi da compiere quando lanciamo una nuova attivita sul Web riguarda la scelta dello strumento di monitoraggio. Per certi versi tale operazione andrebbe svolta addirittura prima di occuparci della configurazione del SEO. L'utilizzo di un SEO e chiaramente piu importante del monitoraggio, ma puo avvenire in un secondo momento. Spieghiamo perche: gli strumenti di monitoraggio misurano il numero di visite, le applicazioni consultate, le pagine lette, eccetera.

Uno dei primi passi da compiere quando lanciamo una nuova attività sul Web riguarda la scelta dello strumento di monitoraggio. Per certi versi tale operazione andrebbe svolta addirittura prima di occuparci della configurazione del SEO. L’utilizzo di un SEO è chiaramente più importante del monitoraggio, ma può avvenire in un secondo momento. Spieghiamo perché: gli strumenti di monitoraggio misurano il numero di visite, le applicazioni consultate, le pagine lette, eccetera. Questi dati chiaramente non possono essere misurati in modo retroattivo. Se inseriamo il sistema di monitoraggio nell’anno 2012, sarà impossibile sapere quante visite abbiamo avuto nel 2011. In alcuni casi può essere comodo occuparsi del monitoraggio prima di attivare il SEO, per poter poi capire quanto efficace è la strategia del SEO, confrontando i rapporti del monitoraggio prima e dopo il SEO.

Considerazioni di questo tipo diventano molto importanti quando dobbiamo valutare i costi dell’attività di promozione. Se usiamo un SEO, o abbiamo investito su una campagna di AdWords, molto probabilmente vorremmo quantificare l’efficienza delle nostre scelte, intesa come rapporto tra risultati ottenuti e i costi sostenuti. Da almeno 5 o 6 anni Google Analytics si è imposto come il miglior sistema di monitoraggio disponibile. Google Analytics è utilizzato dalla maggioranza dei siti sia professionali che amatoriali, compresi i siti ad alta visibilità (parliamo dei siti più visitati al mondo). Vediamo quindi come usare questo strumento, incominciando da zero. Prenderemo come punto di partenza un normale account Google, ad esempio come quello che usiamo per gestire la posta su Gmail. Usando questo account possiamo crearne uno nuovo, che verrà appunto definito “un account su Google Analytics”.

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Figura 1 – Registrazione su Google Analytics

nel corso della registrazione ci verrà chiesto se collegare l’account agli altri servizi di raccolta dati. Anche se questo al momento non ci interessasse, possiamo comunque spuntare tutte le caselle suggerite, onde evitare di dover poi andare a riconfigurare l’account in futuro.

Figura 2 – Condivisione dadi su Google Analyticsgoogle_02

Anche se stiamo parlando di “account”, non avremo bisogno di nessuna login o password: per accedere all’account di Google Analytics continueremo ad usare il normale account che usiamo per accedere agli altri servizi di Google (come ad esempio la WebMail).


La distinzione dell’account di accesso (es: Gmail) da quello di amministrazione (Google Analytics) ci porta a discutere la gestione delle entità collegate al servizio. Google Analytics viene gestito e configurato usando diverse entità, che vengono chiamate appunto account, proprietà, profilo, utente e rapporto. A livello concettuale non c’è nulla di complicato, ma la terminologia può sembrare un po’ confusa all’inizio. Nella prossime pagine chiariremo questi aspetti.

Entità e terminologia

Entità e terminologia


Il modo più semplice di iniziare a lavorare con Google Analytics è quello di creare un account, che possiamo usare per monitorare siti diversi. All’interno di questo account possiamo definire diverse proprietà: ciascuna di esse potrebbe identificare un sito che vogliamo monitorare. Ad esempio, se dobbiamo monitorare 10 siti, andremo a definire 10 proprietà diverse, sempre nello stesso account.


I creatori di Google Analytics hanno però voluto fare di più: per garantire massima flessibilità all’utente, potremmo anche decidere (fermo restando l’esempio dei 10 siti da monitorare) di creare 10 account diversi, in modo che ciascun account contenga solo una proprietà (il riferimento al sito monitorato). I vantaggi di questa flessibilità saranno chiari più avanti, perché riguardano principalmente la gestione dell’accesso ai rapporti: per il momento sorvoliamo sulla questione. Per evitare confusione consigliamo di iniziare con un unico account, creando una proprietà per ogni sito.


Per ogni proprietà che vogliamo monitorare avremo a disposizione uno snippet JavaScript da includere in tutte le pagine del sito. Ciò conferma un’altra volta che in linea di massima possiamo pensare ad una proprietà come alla rappresentazione di un sito Web. Ad esempio, nella maggioranza dei casi andremo ad inserire lo snippet JavaScript nell’header del sito. Questo spiega perché, in alcuni casi, potrebbe convenire definire più di una proprietà per sito: se avessimo diversi header all’interno dello stesso sito, e volessimo monitorare in maniera indipendente le corrispondenti sezioni, potremmo utilizzare una proprietà specifica per ciascun header utilizzato nel sito.


Quando definiamo una proprietà dobbiamo definire il tipo di dominio che vogliamo monitorare. Oltre alla situazione standard (un sito su un dominio), possiamo anche scegliere tra un sito organizzato su diversi sottodomini (di terzo livello), oppure un insieme di domini diversi tutti di primo livello (vedasi figura 3). Nella stessa schermata possiamo decidere se collegare l’account di Google Analytics con quello di AdWords, spuntando la casella a destra. In questo caso aggiungeremo un terzo step alla procedura: dopo aver copiato e incollato il codice JavaScript, ci verrà chiesto di accedere all’account AdWords per collegarlo a quello di Google Analytics.

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Figura 3 – Collegamento al servizio AdWords

Siccome ogni proprietà corrisponde ad uno snippet JavaScript (da includere nell’header del sito), ne segue che ogni proprietà corrisponde ad una sorgente di informazioni. In altre parole ogni proprietà può essere pensata come una “sonda” che raccoglie dati sulle visite e sul traffico. A questo punto possiamo chiederci come organizzare queste informazioni, in modo da poterle separare ed analizzarle singolarmente. Di solito non basta sapere che riceviamo tot visite al giorno, ma vogliamo sapere quali pagine sono più popolari, quali applicazioni sono più usate, o da quali canali provengono gli utenti. Tutte queste informazioni sono raccolte all’interno di una proprietà: per organizzarle nelle categorie che ci interessano usiamo il concetto di profilo. Un profilo è quindi un insieme di filtri che selezionano, all’interno di una proprietà, solamente le informazioni che ci interessano. Dovrebbe adesso essere più chiara la gerarchia tra le entità che abbiamo nominato. Al vertice abbiamo l’account, poi le proprietà associate a quel account (esempio: i diversi siti) e infine i profili (i filtri configurati sulle proprietà).

Configurazione

Configurazione


Considerando la gerarchia tra account, proprietà e profili si capisce che la configurazione del profilo è probabilmente la parte più interessante del servizio offerto da Google Analytics. Ogni volta che creiamo un nuovo account dobbiamo obbligatoriamente associarlo ad almeno una proprietà: un account “vuoto” (cioè senza proprietà) non serve a nulla. Analogamente, per ogni proprietà il sistema crea in automatico almeno un profilo, che viene detto “Tutti i dati del sito Web”. In nome del profilo è abbastanza eloquente: questo profilo contiene e visualizza tutti i dati raccolti dalla “sonda” associata ad una proprietà.


Anche se usiamo un unico account e un’unica proprietà, molto probabilmente vorremmo creare profili diversi, in modo da raccogliere informazioni specifiche sulle diverse sezioni o applicazioni del sito. Iniziamo quindi a configurare il profilo di default, lasciando invariato il suo nome (“Tutti i dati del sito Web”) per poterlo facilmente riconoscere in futuro.


Figura 4 – Configurazione del profilo

A titolo di esempio consideriamo le ultime checkbox del pannello di configurazione, evidenziate in figura. Spuntando la checkbox “Monitora la ricerca sul sito” possiamo addirittura tracciare le ricerche svolte dagli utenti all’interno del nostro sito, ovvero le ricerche effettuate usando la funzione “Cerca all’interno del sito” (se l’abbiamo implementata sul sito). Se non vogliamo affrontare i dettagli tecnici, evitiamo di spuntare la casella. Se invece abbiamo pieno controllo su come viene svolta la ricerca, possiamo spuntare la casella per analizzare le ricerche. In tal caso ci verrà chiesto di specificare se le ricerche avvengono via HTTP GET oppure via HTTP POST. Nell’ultimo caso probabilmente dovremo modificare la pagina alla ricerca (sul nostro sito), oppure aggiungere un ulteriore snippet JavaScript.


Abbiamo discusso la funzionalità “ monitora la ricerca” del profilo solo per introdurre il primo livello di personalizzazione di un profilo. Oltre a questo possiamo applicare filtri, in modo da generare dei rapporti specifici per un particolare tipo di attività da parte dell’utente, oppure relativi ad una sezione del sito. Tutto questo, ribadiamo, avviene pescando i dati sempre dalla stessa proprietà. Ecco perché il limite di Google Analytics relativo al numero di profili è fissato a 50: è proprio dalla configurazione dei profili che possiamo ottenere il meglio da questo strumento di monitoraggio, anche se abbiamo definito una sola proprietà.


Accenniamo infine agli utenti, intesi come quei collaboratori che accedono al nostro account su Google Analytics per controllare i rapporti del monitoraggio. Il nostro accesso allo strumento (in qualità di creatori del account) avviene in modalità amministratore, per cui abbiamo totale accesso ai dati e alla configurazione dei profili. Creando degli utenti diamo la possibilità ad altre persone di accedere almeno parzialmente al servizio, proprio come avviene in una normale gerarchia di utenze con “poteri” differenti. Se vogliamo approfondire la terminologia, possiamo consultare la guida in inglese, disponibile qui.

Peso e Performances


Prima di concludere discutiamo brevemente qual è il peso del codice JavaScript che inseriamo nelle pagine dei sito monitorati. Se guardiamo allo snippet che inseriamo durante la creazione di una proprietà, vedremo che si tratta di pochissime righe. Queste sono in realtà il GATC (Google Analytics Tracking Code), ovvero il codice che serve a tracciare il nostro sito, in modo da distinguerlo da tutti gli altri che usano Google Analytics. In realtà il lavoro vero e proprio viene fatto da un altro script, che viene scaricato nella cache del browser dell’utente, e dovrebbe pesare poco meno di 20KB. Inoltre questo script è lo stesso per tutti gli utenti del servizio, ed ha sempre lo stesso nome (che dovrebbe essere ga.js).


La scelta di utilizzare lo stesso script per tutti gli utenti che usano Google Analytics è una scelta intelligente. Siccome lo script ga.js è lo stesso per tutti, molto probabilmente i nostri utenti non dovranno scaricarlo ogni volta, perché esso risulterà già presente nella cache del browser. In questo modo il monitoraggio del nostro sito avrà un impatto quasi trascurabile dal punto di vista delle performance. L’unico aspetto che chiaramente non possiamo ridurre a zero è il modestissimo traffico generato nella comunicazione tra il codice di monitoraggio (lo script ga.js ) e il server di Google Analytics, ma se guardiamo alla ricchezza dei rapporti disponibili è un “prezzo” che vale sicuramente la pena pagare.

Relativamente a Google Analytics ti consigliamo di leggere anche: Statistiche online, come sfruttarle al meglio con Google Analytics. 


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