Netflix punta su microservizi e container

Dopo la migrazione nel cloud AWS, Netflix punta a microservizi e container per rendere più agile e competitiva la propria piattaforma streaming

Netflix

“Non abbiamo più un datacenter ed è fantastico. Siamo riusciti a migliorare la produttività e la scalabilità, abbiamo un’architettura molto più agile ma cosa ancora più importante AWS [implementa nuove funzionalità nella piattaforma] ed ogni anno possiamo avvantaggiarcene” è una delle tante dichiarazioni che Neil Hunt (chief product officer Netflix) ha rilasciato nel corso del re:Invent 2016, conclusosi da qualche giorno.

Il lungo processo di migrazione è iniziato tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008 ed è stato ultimato nei primi mesi del 2016.  L’esecuzione completa da piattaforma pubblica si è concretizzata tuttavia solo nel mese di Ottobre ma non si tratta della “fine del viaggio”. Secondo quando confermato anche da Hunt, Netflix prevede infatti di lasciare che AWS si occupi anche di tutte le “task infrastrutturali” non legate direttamente al business aziendale, in questo modo i team di sviluppatori potranno concentrarsi sull’aggiunta di nuove funzionalità per la piattaforma streaming.

Il passo successivo della strategia cloud punta ai microservizi ed ai container, due trend IT del momento: “abbiamo ristrutturato i nostri sistemi; decuplicando i moduli siamo arrivati a circa 500 microservizi in modo che ogni team [possa avvantaggiarsi di deployment continui e permetterci di lavorare più velocemente[…]”. L’idea di affidarsi ai container per ottimizzare ulteriormente i microservizi ha iniziato ad essere valutata nel corso del 2015 e si è passati poi all’azione nel 2016: “quest’anno abbiamo quindi rivolto la nostra attenzione al lavorare con AWS alle funzionalità necessarie a sfruttare al meglio un ambiente d’esecuzione dei container [container execution environment ndr]”. L’obiettivo? Colmare il gap tra gli ambienti desktop e di produzione per raggiugere “una finita granularità di isolamento” – cruciale per eseguire/testare prototipi poco impegnativi dal punto di vista delle risorse.

Netflix ha dato così vita ad un ambiente ibrido per l’esecuzione di container, il cui nome è Titus, nel quale trovano allo stesso tempo il loro spazio applicazioni di batch e service based. Ad affiancare l’ambiente d’esecuzione anche la libreria open source Fenzo, “uno scheduler per il framework Apache Mesos che supporta plugin per lo scheduling di ottimizzazioni e l’agevolazione dell’autoscaling dei cluster”.

“Non abbiamo bisogno di gestire tutta l’infrastruttura; crediamo fermamente che sia meglio lasciare ad AWS [il duro compito]” ha ribadito Hunt. E considerando l’estensione della piattaforma Netflix, Neil sembra non avere tutti i torti: attualmente l’infrastruttura (3 region e 12 zone) deve infatti soddisfare 86 milioni di utenti da 190 paesi diversi che giornalmente visualizzano 150 milioni di ore in contenuti e richiedono, nelle situazioni più impegnative, l’impiego di 100.000 istanze.

 

 

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