SEO: quale futuro per un settore da 65 mld di dollari

Le aziende sono pronte ad investire miliardi nella SEO. Una interessante analisi elenca i fattori che potrebbero velocizzare o frenare il settore.

SEO

Le proiezioni relative al settore di mercato che coinvogle aziende e professionisti SEO parlano chiaro: nel 2016 le imprese sono pronte a spendere 65 miliardi di dollari per ottenere il migliore posizionamento possibile nei motori di ricerca. E per il 2017 ed il 2018 il valore, afferma sempre uno studio citato da Search Engine Land, si toccherà rispettivamente quota 72 e 78 miliardi, quasi il triplo di quanto auspicato 8 anni fa dagli stessi analisti in occasione del lancio degli algoritmi Penguin e Panda.

Indipendentemente dall’evolversi della situazione, Jayson DeMers ha colto l’occasione per elencare i possibili fattori in grado di garantire tanto la crescita del settore quanto il suo rallentamento. Vediamo insieme di cosa si tratta.

SEO: potenziali fattori di crescita

  • Sempre più ricerche online. Le vecchie generazioni, avverse all’uso della tecnologia (in linea di massima naturalmente), lasciano spazio alle nuove che sono ormai dipendenti dalla Rete. I progressi in ambito tecnologico (dispositivi più convenienti e performanti) non faranno altro che incrementare il numero di ricerche effettuate da ogni utente.
  • Allargamento della base utenti. DeMers si ricollega al punto precedente affiancando alla crescita di ricerche per utente quello di numero totale di utente online. I progetti in fase di studio o sperimentazione di compagnie come Google e Facebook mirano ad estendere a livello globale la copertura della Rete e conseguentemente il numero di persone connesse.
  • Nuovi motori di ricerca alternativi. L’editorialista si aspetta la crescita di inediti canali di ricerca in aggiunta agli storici Google ed affini: dagli assistenti digitali (in grado di colmare il gap tra online ed offline) fino ai motori di ricerca specializzati in determinati ambiti (app store, YouTube etc.).
  • Declino dei modelli classici di advertising. Le strategie classiche di advertising non stanno vivendo un buon momento e sono probabilmente destinate a perdere rilevanti quote di mercato. Questo indurrà le imprese a rivolgere la propria attenzie a strategie di inbound marketing.
  • Una disciplina sempre più complessa. Dalla semplice gestione di parole chiave e strategie di link building si è passati ad articolate campagne di produzione contenuti e pubblicazioni. Gli addetti ai lavori sono sempre più abili e il quantitativo di dati a loro disposizione (in costante crescita) non farà altro che supportare tale crescita “formativa”.

 

SEO: potenziali fattori di arresto

  • Costi proibitivi ed elevata competitività. Sempre più aziende specializzate e professionisti si proporranno sul mercato. Se sul breve termine si tratterà di un fattore positivo, sul medio termine porterà ad un possibile innalzamento dei costi di ingresso nel settore e ad un arresto della spesa globale.
  • Knowledge Graph ed affini. Il particolare approccio con il quale Google vuole rendere ancora più funzionale la consultazione dei risultati delle ricerche è un potenziale pericolo per le rendite del mercato SEO. Gli utenti, trovando direttamente da motore di ricerca le informazioni desiderate, non saranno infatti incentivati a visitare uno dei tanti siti mostrati nella SERP.
  • Difficoltà nell’interpretare i fattori di ranking. L’editorialista cita RankBrain ed in generale sottolinea come l’impiego del machine learning possa rendere estremamente difficile la vita degli addetti ai lavori – a causa dell’aggiornamento quasi in tempo reale dei sistemi di ricerca che rende più arduo studiare adeguate strategie SEO.

In chiusura l’editorialista afferma come il termine SEO non riguardi più solo la classica ottimizzazione di un portale (con lo scopo di posizionarsi al meglio nei motori di ricerca) ma anche altre aree come i risultati forniti da assistenti digitali o dal Knowledge Graph. Se anche l’idea originaria di SEO, così come l’abbiamo conosciuta noi, scomparisse… il SEO continuerebbe in ogni caso a “vivere” sotto altre spoglie.

 

 

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