Virtuozzo 7 tra VM e container

La versione 7 di Virtuozzo gioca la carta della "coesistenza" tra le due tecnologie in palese competizione tra loro. I dettagli resi noti.

OpenVZ

Nel “lontano” 2002 SWsoft progettò Virtuozzo, una tecnologia VPS offerta per la prima volta sottoforma di servizio hosting (non licenza software) che avrebbe contribuito negli anni successivi all’affermazione del cloud sulla scena IT. Anche per quanto riguarda i container, la soluzione SWsoft può essere annoverata come uno dei precursori del trend del momento – seppur basilare e sprovvista di cgroup, disponeva infatti di un framework per la compartimentazione e separazione dei processi Linux.

A distanza di 14 anni sono cambiate molte cose nel panorama IT, inclusa la situazione aziendale di Virtuozzo: quest’ultimo è divenuto infatti indipendente da Parallels (ex proprietario) andando a costituire una compagnia a sè stante. Al team di sviluppo che supervisiona il progetto spetta ora l’arduo compito di competere in un agguerrito settore dove VM, container ed unikernel si contendono l’attenzione delle imprese. Virtuozzo 7, piuttosto che puntare su uno o l’altro fronte, sceglie la complessa carta della coesistenza tra tecnologie. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Coesistenza pacifica

“Chi si appoggia ai container può gestire decine di distribuzioni Linux per container; la maggior parte delle applicazioni funziona perfettamente con prestazioni persino superiori a quelle delle VM. Tuttavia […] un’applicazione che necessità l’impiego di un modulo custom kernel [dipendente da una funzionalità kernel non presente nel kernel dell’host] o semplicemente pensato per un OS differente (come Windows), [non funzionerà]. In questi casi è possibile affidarsi alle [VM] evitando qualsiasi incompatibilità” ha sottolineato Vladimir Porokhov (Senior Program Manager Virtuozzo) in un recente post.

Virtuozzo si presenta come una soluzione di staging destinata sia ai workload KVM che container, puntando all’ambizioso obiettivo di integrare nell’ambiente di lavoro anche i volumi di storage – adoperati simultaneamente dai workload appena citati. E’ proprio OpenVZ, evoluzione dell’originale piattaforma VPS, a consentire la desiderata integrazione – in ambienti Docker, almeno per il momento, si riscontra più di una difficoltà nel conseguirla.

OpenVZ classifica VM e container come “server”, differendo dalla visione Docker secondo cui ogni container rappresenta invece un’applicazione. I container OpenVZ sono quindi delle vere e proprie macchine virtuali, un importante dettaglio che permette a Virtuozzo di adoperare teoricamente senza problemi dispositivi simple storage raggruppati in cluster ed accessibili via NFS.

Quel che resta invece un’incognita è la scalabilità dell’ambiente OpenVZ. Se i container orientati ai microservizi permettono di duplicare o eliminare facilmente on-demand le risorse non più necessarie, le VM richiedono al contrario tecniche di load balancing e la duplicazione dei server, procedure che mal si abbinano al concetto di scalabilità. Le caratteristiche elencate dettagliatamente nel manuale d’utilizzo OpenVZ non sono comunque definitive e potrebbero benissimo mutare nel tempo, smentendo le criticità sollevate.

 

 

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