VMware: un brevetto per l’hot swap dell’OS

La tecnologia VMware consentirebbe di aggiornare l'host OS senza riavviare la macchina, ponendo fine ad uno storico problema della virtualizzazione

VMware

VMware ha richiesto ufficialmente la brevettazione di una tecnologia destinata, sulla carta, a rivoluzionare il settore IT. Mukund Gunti, Vishnu Sekhar e Bernhard Poess sono i nomi dei tre ricercatori dietro alla promettente invenzione in grado di porre fine ad un ben noto problema della virtualizzazione, ovvero l’impossibilità di aggiornare l’hypervisor senza dovere necessariamente riavviare la macchina in uso.

In generale è possibile eseguire un unico OS per singolo computer. La virtualizzazione sfrutta l’OS della macchina host, l’hypervisor, per eseguire una serie di applicazioni (VM) in grado di lanciarne altrettante; sebbene l’accesso all’hardware possa essere assegnato alle VM tramite l’IOMMU (input–output memory management unit), l’hypervisor resta sempre il “diretto responsabile”.

Gli aggiornamenti dell’hypervisor sono una delle pratiche meno apprezzate dagli addetti ai lavori, ma necessarie ai fini della sicurezza, perchè richiedono l’esecuzione di un complesso iter costituito dalla migrazione di tutte le VM su un altro OS, dall’aggiornamento dell’OS host e dall’ennesimo spostamento delle VM nell’OS originario. Il procedimento richiede naturalmente la presenza di hardware aggiuntivo sul quale traslocare le VM, oltre a presentare potenziali insidie (determinate VM ed applicazioni dipendenti da specifiche risorse ed hardware potrebbero avere qualche problema nel caso in cui queste ultime non siano presenti anche nell’host temporaneo).

Come funziona la soluzione VMware?

Il  brevetto VMware (consultabile online) è stato riassunto per praticità da The Register al quale ci affidiamo per illustrare il funzionamento della tecnologia: prima di tutto ogni informazione mostrata in fase di POST viene sottratta al bootloader; quando si desidera effettuare il cambio di OS, la soluzione VMware provvede a partizionare una serie di risorse fisiche (CPU,RAM etc) con espedienti simili all’IOMMU citato in precedenza; a questo punto, con l’impiego di una seconda CPU, viene lanciato nell’hardware partizionato un altro OS (il bootloader riceverà le informazioni sottratte in fase di POST all’OS principale); la quarta fase prevede la migrazione di tutte le VM e/o container nel nuovo OS appena lanciato; l’ultimo passaggio vedrà invece la chiusura del secondo OS ed il rientro delle risorse nell’OS principale aggiornato.

“SE” la tecnologia riuscisse effettivamente ad operare come appena descritto, si aprirebbero inediti scenari per l’IT ma non solo: router e switch potrebbero ad esempio essere aggiornati senza alcun riavvio, riducendo notevolmente i disservizi, così come apparecchiature mediche o sistemi assegnati al controllo del traffico aereo. Si potrebbe persino duplicare un’applicazione mission critical testandone la stabilità sul secondo OS per poi procedere, in caso di esito positivo, all’effettivo spostamento/esecuzione nel nuovo OS verificato – senza interferire con le altre applicazioni e sistemi in esecuzione. Si pensi infine a come potrebbe essere gestito in maniera più semplice l’aggiornamento di una server farm del 2030 – nella quale la densità di workload sarà nell’ordine delle decine o centinaia di migliaia per macchina.

Riuscirà il brevetto a rivoluzionare veramente il settore IT (per l’editorialista potrebbe trattarsi della tecnologia del prossimo decennio)? Non resta che attendere i futuri sviluppi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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