W3C: prosegue l’iter del DRM per i contenuti online

Il World Wide Web Consortium ha ufficialmente proposto le EME, un DRM a protezione dei contenuti digitali, come standard. La parola passa ora ai membri W3C

W3C propone come standard le EME (DRM per contenuti digitali)

Nella prima settimana di Marzo abbiamo parlato di contenuti digitali (video, musica) e dell’intenzione del W3C (World Wide Web Consortium) di proporre uno specifico DRM come standard per la loro salvaguardia da “ripper” ed affini – coloro che “estraggono” contenuti protetti da copyright fruibili via streaming per poi diffonderli in Rete. L’idea del W3C è già sul tavolo da diversi anni, la prima bozza risale al 2013, ed il fatto che non sia stata ancora approvata lascia intuire quanto sia delicata la questione.

Dopo quasi 4 anni di stallo, il travagliato iter delle EME (Encrypted Media Extensions) sembra giungere improvvisamente al termine. Risale infatti alla scorsa settimana la pubblicazione della nuova e riveduta bozza realizzata dai gruppi di lavoro incaricati di gestire la complicata vicenda che, successivamente, l’hanno ufficialmente proposta come “standard” ai membri del W3C. Questi ultimi, che come sottolinea qualcuno pagano una quota di iscrizione variabile (dai 2000$ di enti non-profit ai 77000$ delle grandi compagnie) e sono quindi visti come un circostritto gruppo d’elite, hanno tempo fino al 19 Aprile per esprimere il proprio giudizio in merito.

Questioni irrisolte

La ristretta finestra temporale ha dato ancora più slancio alla vasta schiera di oppositori EME, tra i quali troviamo anche l’Electronic Frontier Foundation (EFF) che, per mezzo di Cory Doctorow, afferma: “[le EME non faranno altro che garantire alle corporation nuovi diritti ] per citare in giudizio coloro che svolgono attività legali”.

Sebbene la bozza delle EME sia stata infatti riveduta più volte, restano ancora diverse zone grigie. Sono in particolare modo tre le obiezioni formali mosse da chi non accette il DRM: non è in grado di fornire adeguata protezione agli utenti; sarà difficile da implementare nei software gratuiti; non offre alcuna protezione legale ai ricercatori di sicurezza – è presente in realtà anche una quarta obiezione e riguarda questioni di “accessibilità”, ovvero la fruizione di contenuti da parte di persone con particolari disabilità (non udenti, non vedenti).

Ed è proprio al terzo punto che si riferiscono le parole di Doctorow, il quale reputa insufficiente l’approccio adottato dal W3C per distinguere il labile confine che separa due attività “simili” nelle pratiche ma differenti nelle finalità, ovvero il lavoro dei ricercatori di sicurezza e quello degli hacker interessati ad aggirare le protezioni di turno. Lo stesso W3C ha riconosciuto come un serio problema “[la mancanza di una visione comune in merito alla tutela dei ricercatori di sicurezza]” ma non è stato in grado di andare oltre delle semplici e generiche indicazioni (del resto è una materia abbastanza spinosa): “establishing best practices for responsible vulnerability disclosure.”

Verdetto annunciato?

Secondo i siti specializzati, è molto probabile che il 19 Aprile le EME siano accettate dai membri del W3C come standard . A pesare considerevolmente sull’esito del voto dovrebbe essere soprattutto l’endorsement di Tim Berners-Lee il quale, lo scorso febbraio, ha dedicato un lungo post al perchè le EME rappresentino una tappa imprescindibile per il World Wide Web.

Non resta che attendere i futuri sviluppi della vicenda.

Fonti: 1, 2

 

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