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Agenda Digitale, l’Italia è ferma al palo

L’Italia manca l’ennesimo appuntamento con l’Agenda Digitale. E si accumulano così 600 giorni di ritardo (quasi due anni) su molti dei provvedimenti previsti per rendere il Belpaese un paese moderno, con l’emissione di soli 18 procedimenti attuativi sui 53 che erano previsti

L’Italia manca l’ennesimo appuntamento con l’Agenda Digitale. E si accumulano così 600 giorni di ritardo (quasi due anni) su molti dei provvedimenti previsti per rendere il Belpaese un paese moderno, con l’emissione di soli 18 procedimenti attuativi sui 53 che erano previsti.Agenda Digitale, l'Italia è ferma al palo

Questi sono i dati sconfortanti emersi nei giorni scorsi dall’Osservatorio Agenda Digitale della School of Managament del Politecnico di Milano e presentati a Roma nel convegno: “Agenda Digitale: insieme per una governance informata e partecipata”.

Secondo quanto esposto durante la conferena, l’Italia è fanalino di coda rispetto a quasi tutti i paesi europei su molti dei settori più strategici per la crescita di una nazione. Il mare nostrum è un ritardo sull’e-commerce, con 19 punti percentuali di svantaggio rispetto al Paese più sviluppato ossia la Svezia. È in ritardo sull’e-government con uno svantaggio di 17 punti percentuali e sulla disponibilità dei servizi Internet con un 16 percento di sfavore rispetto ai paesi più industrializzati.

Questi dati rilevati rispetto agli impegni dettati dall’Agenda Digitale delineano ancora più marcatamente i settori dove sono necessari degli interventi urgenti, come la sanità digitale (che segna 6 azioni in ritardo su 7 pianificate), la giustizia digitale (4 azioni in ritardo su 4), la promozione delle Smart cities (4 azioni in ritardo su 4), e dell’informatizzazione dell’anagrafe, identità e domicilio (4 azioni in ritardo su 5). E a questi si aggiungono gli incommensurabili ritardi in seno alla digitalizzazione della Pubblica amministrazione con la mancata partenza dei tre grandi progetti dell’anagrafe centralizzata, dell’identità digitale e della fatturazione elettronica che in realtà non hanno mai visto neanche un barlume di progettazione. Senza contare poi il mancato sostegno alle aziende innovative che preclude ogni opportunità di intervento privato a supporto dell’evoluzione del Paese.

Anche i pochi obiettivi su cui i governatori italiani si sono concetrati (come il suparemento del digital divide e la copertura Internet a minimo 2 Mbit dell’intera penisola) sono sempre slittati rispetto alle date obiettivo, traslando interventi propedeutici all’intera Agenda Digitale dal 2014 al 2015.

Tutto questo lassisimo rispetto agli impegni delineati dall’Europa ha risvolti economici di non poco conto.

Gli effetti economici e occupazionali dei ritardi sull’Agenda Digitale

Infatti, per i Paesi europei al pari con l’Agenda Digitale, l’ICT e l’economia digitale rappresenta in media il 4.3 percento del PIL, mentre per l’Italia rappresenta a mala pena solo il 2.1 percento. Così, dal 1994 al 2012 il PIL italiano per occupato ha perso 15 punti percentuali rispetto a Francia e Germania, 25 rispetto al Regno Unito e 30 rispetto agli Stati Uniti.

E non mancano le ripercussioni negative nell’ambito occupazionale. Secondo una recente indagine condotta sempre dall’Osservatorio del Politecnico e da Confindustria, il rispetto dei tempi dettati dall’Agenda Digitale nei paesi europei più evoluti avrebbe fatto guadagnare 2.6 posti di lavoro in più per ogni posto perduto a causa della crisi economica globale. Questo dato cresce addirittura con un rapporto di 3.9 posti in più per ogni posto di lavoro perso in realtà come quella svedese. In Italia, invece, non solo non si recuperano i posti di lavoro persi, ma il ritardo rispetto all’Agenda Digitale impone una domanda occupazionale inevasa che salirà fino a oltre 150 mila posti di lavoro entro il prossimo 2020.

Per risolvere la situazione, l’Osservatorio Agenda Digitale e Confindustria propongono la costituzione di un Forum che supervisioni il lavoro del governo e l’impiego dei fondi che, secondo quanto previsto, saranno di oltre 1.7 miliardi di euro provenienti nei prossimi sette anni da parte dell’UE e a cui si aggiungeranno altre risorse nazionali e private.

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