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Cloud Computing? Rischiate ORA! Gli esempi da Amazon a Docker

Torno a scrivere sul nostro blog come ho promesso nel nostro messaggio natalizio.

Mi trovo a San Francisco per Cloud Academy Inc, azienda di cui sono fondatore e CEO (come per WeTalk mi occupo di ambiti molto simili): in breve, ci occupiamo di learning e testing delle skills su piattaforme di Cloud Computing, ora siamo focalizzati su Amazon AWS, ma abbiamo un approccio neutrale.

Questo articolo è dedicato agli operatori del settore, si adatta perfettamente anche a chi crea e inventa cose per il web. Prossimamente scriverò un pezzo dedicato agli utenti del cloud computing.

Settimana scorsa sono stato ad un evento a San Francisco dove ho presentato Cloud Academy di fronte ad una 70ina di persone. Eravamo ospiti di Anki Drive, startup californiana che sta riscuotendo grande successo. Fuori sembra un gioco, ma la hanno fondata 3 ingegneri esperti di robotica della Carnegie Mellon (una università “di quelle fighe” della Valley, ndr); il loro utilizzo di Amazon AWS è enorme, Ben, la persona che ha presentato l’infrastruttura, è un giovane ingegnere che ha già gestito diverse grandi infrastrutture su Amazon e ha spiegato quali sono i design patterns che lo hanno guidato nel disegnare l’infrastruttura di Anki.

Prima di andare avanti in questo articolo, guardate l’intervento di Werner Vogels all’ultimo Amazon Re:Invent. Dimenticate che vi sia Amazon li e tutto quello che rappresenta, e ascoltate quale è l’idea dietro al prodotto:

Cloud Computing & Italia

Non è tutto oro, gli USA sono un paese dalle mille contraddizioni, e così anche nella tecnologia. Il cloud computing è una tecnologia che è qui per restare fra noi, se trovate pareri che vanno in direzione opposta, sappiate che provengono da persone che non hanno ancora messo il naso fuori dalla porta e non hanno idea del perchè migliaia di aziende stiano parlando di cloud computing nei loro budget IT.

In Italia? Seeweb, Enter, Hosting Solutions, Aruba e diversi altri stanno investendo. Quanto? Abbastanza per un paese in cui tutto va più lentamente e dove i CEO di queste aziende si trovano a dialogare con veri e propri dinosauri nelle grandi aziende. Stanno facendo abbastanza? Si, molti di loro stanno investendo davvero tanto sul cloud. E qui c’è una considerazione per tutti: le aziende che scelgono di investire oggi su queste tecnologie avranno un vantaggio notevole nel lungo termine, chi non lo ha fatto sarà un semplice follower.

La verità è che dal mio punto di vista chi inizia a offrire servizi di cloud computing non può farlo “a metà”, con un piede sull’acceleratore e uno sul freno. Investire in questo settore significa un po’ più di acquistare licenze VMware e adibire un rack alla gestione di VM. Si tratta di rivedere il proprio modello di business, dismettere alcuni dei propri prodotti più obsoleti e pensare di rivedere anche il modo in cui si fa marketing, perchè i Cloud Server con pagamento mensile non sono così cloud e se sono poco più di VM allora non hanno senso di avere un nome diverso da quello. Anche fra gli esperti: nel nostro paese c’è ancora un po’ di antipatia per il cloud computing. Oh si, dal fuori sembra apparire un po’ una buzzword, fuffa, ma per un esperto, capace di studiare documentazione tecnica e investire un po’ di tempo nello studiare le offerte, sarà chiaro che Amazon o Rackspace non hanno costruito “billions” sulla fuffa, tutt’altro.

La crescita di Amazon AWS non lascia, del resto, adito a dubbi. Amazon è il paladino del cloud pubblico. Io, personalmente, non credo che sia la strada maestra, ci sono tante aziende che perseguono il modello ibrido, e io scommetterei su questo: la cosa importante è concepire che dovete avere una strategia, di lungo termine.

Essere un po’ visionari non guasta, ed è qualcosa che nessuno nel settore hosting ha mai fatto, nessuno.

Non sono però pessimista: in Italia il cloud si sta smuovendo, grazie all’apporto di pochi. Non è quella fesseria di Nuvola Italiana, attenzione. Quello è marketing, nulla di più (se avete prove del contrario: stefano@wetalkgroup.it o commenti), ma serve comunque a stimolare i 70enni che guidano le aziende italiane a cercare un cambiamento.

Il nostro commercialista ad esempio ha installato un ottimo rack (42U) in ufficio per gestire la posta dei suoi ben 7 collaboratori. Ha comprato un po’ di licenze MS Exchange negli anni, e ora ha riammodernato tutto. Con un altro rack.

La colpa non è sua, l’azienda che lo segue ha sempre fatto così e continua a farlo. Il mercato è duro e per loro non si sa se ci sarà un futuro.

Cloud Computing e Lavoro

Sono diverse centinaia di migliaia. Qui negli USA si parla di qualcosa che è “disruptive” quando è il mercato a chiederlo, e questo sta accadendo per il resto del mondo, sempre più posizioni lavorative parlano di Cloud Computing e richiedono skills specifiche. Generiche: saper utilizzare Amazon AWS, a più concrete, avere esperienza specifica nel design di infrastrutture cloud distribuite.

Numeri? Date un occhio a Linkedin o Dice.com o un altro dei grandi siti che espongono offerte di lavoro in ambito IT.

Rischiare, gli hosting provider tradizionali scompariranno

Ci sono un sacco di CEO delle aziende di hosting italiani che non vedranno l’era del cloud computing: rimarranno indietro fino al punto in cui recuperare sarà troppo tardi. E’ così che funziona nella tecnologia, signori.

Ci vogliono investimenti? Si, ma anche la capacità di capire quando è il momento di rischiare. OpenStack? Una possibilità, investire su questo genere di infrastrutture richiede anche cambiare lo staff della propria azienda, allargare il mercato di riferimento (perchè se siete in Italia non dovete vendere solo qui, giusto? Siete su Internet), e cambiare anche la propria logica. Non basta neanche pensare di copiare una offerta, qui parliamo di qualcosa diversa dall’hosting, il cloud computing è soprattutto innovazione su questi aspetti:

  • User Experience/User Interface (DigitalOcean.com vi insegna volentieri come fare la UI di un pannello di controllo). C’è questa idea stupida, che ho sentito e “visto” tante volte che un server non debba avere un pannello piacevole. Siete nel 2014, se il vostro pannello di controllo fa pena come grafica e user experience, per il cliente allora, il vostro prodotto fa pena. State costruendo un prodotto per il web, la UX è il 90% del suo successo, assumete una persona esperta, non il grafico che fino a ieri faceva i vostri banner e brochure. Meglio una risorsa interna: questo è un aspetto così importante che nessuno, se non il vostro team, ci metterà l’amore necessario per farlo quasi perfetto.
  • Flessibilità nei pagamenti e contratti: devo disdire con raccomandata? Accettabile nel 2001, ma siamo nel 2014!
  • Autonomia e Automatismi: date la massima libertà al cliente dal suo pannello. Se vi devo chiamare al telefono per avere un ulterior IP qualcosa non vi è chiaro.
  • Marketing e contenuti: il tempo delle campagne Adwords che continuano a farvi convertire pacchetti di hosting giungono al termine. Guardate alle iniziative di Amazon/Rackspace/Microsoft e altri che sono facilmente replicabili anche su piccola scala.
  • Sicurezza: “I nostri server sono in data center sicuri e monitorati H24”. Oh no! Quando si parla di cloud computing dovete mettere qualcosa di concreto nelle vostre pagine. Probabilmente dovrete iniziare a investirci sulla Sicurezza, perchè se non lo avete fatto fino ad oggi questa è la volta giusta per iniziare.
  • Pagamento: il più flessibile possibile. PayPal? Si, ma anche altre forme che permettano al cliente di scegliere, non a voi.
  • Fatevi criticare: avete mai provato a fare una critica ad un operatore hosting italiano? “Denuncia, diffamazione bla bla bla”. Continuate pure così e perdete clienti. La soluzione è ascoltare le critiche, e chiederle, perchè i prodotti si migliorano solo così, prendendo un sacco di bastonate fra i denti, da chi li deve usare!

Siate internazionali nel modo di vedere le cose: ogni tanto uscire fa bene, guardare al marketing dei concorrenti, sperimentare nuovi modelli. Sono tutte quelle cose che il 90% delle compagnie di hosting di oggi non farà, e sarà il 10% ad avere successo, o almeno ad essere nella giusta direzione per provarci.

Esempi di cui sono mi sono innamorato

E’ facile fare un articolo come questo dicendo “fate così”, e poi la mia è un’opinione! Bene, cerco di darle un po’ più di sostanza e vi lascio una serie di tecnologie e spunti di cui sono innamorato. Parlo di quelli che mi vengono in mente, sono sicuro che nei commenti ne aggiungerete voi altri!

  • Digital Ocean: chiamatela startup, si, ma questi ragazzi hanno costruito una soluzione di cloud computing semplice ed elegante. Sono anni luce distanti da Amazon AWS ma il loro pannello di controllo farebbe vendere 10 volte di più qualsiasi azienda di hosting/cloud italiano. Ah, è solo CSS e un po’ di HTML ma loro ci hanno pensato. Backup e Snapshot? Un approccio che dovete vedere anche in questo caso.
  • Amazon AWS e gestione del marketing: qui c’è tanto da imparare, solo che le risorse di Amazon le hanno davvero in pochi. Amazon cura particolarmente i suoi contenuti (dalla documentazione) agli articoli che pubblica, e allo stesso tempo spende molto per seguire le community. E’ una forma di marketing che richiede forti investimenti e un cambio di mentalità profonda.
  • Docker: se non sapete cosa sia è il caso di rimediare subito! Questi signori stanno inventando il prossimo concetto di virtualizzazione ed è open source.
  • Partnerships con chi ha tecnologia e idee: rendetevi conto che le milioni di startups che oggi nascono e offrono SaaS (Software as a Service) erodono sempre di più tutto quello che prima passava su un server dedicato, un piano hosting e uno dei vostri servizi. Create partnerships con queste aziende perchè loro hanno prodotti innovativi, spesso hanno bisogno di infrastruttura. “Software is eating the world“, non l’hardware e i data center, quindi il modello di investimento per un provider deve cambiare. Un caso chiaro per tutti: se per costruire o copiare una tecnologia ci impiegate 2 anni, la vostra opportunità di successo è minima. Fate una partnership, anche pensando al revenue sharing e andate online oggi con quel servizio per i vostri clienti.

E’ tutto.

Commenti ben accetti, non vorrei essere l’unico a pensarla così e allora vuol dire che ero sul sito sbagliato dove scrivere :)

Stefano

3 risposte su “Cloud Computing? Rischiate ORA! Gli esempi da Amazon a Docker”

Veramente un bell’articolo, vorrei fare alcune domande che mi sono venute leggendolo:

1 – Un sistema cloud è sempre virtualizzato, giusto? Quindi le prestazioni di calcolo saranno inferiori rispetto all’esecuzione diretta sulla macchina. Se un server web o di posta può andare benissimo anche senza una capacità di calcolo altissima cosa succede in un sistema dedicato al calcolo scientifico? ( o comunque ad alte prestazioni?)

2 – In un sistema cloud è possibile usare CUDA o OpenCl che sono dipendenti dall’hardware? Bisogna riscrivere il codice eventualmente?

Grazie

Olatus Rooc

Ciao Olatus,

Sono Stefano. Grazie per i complimenti.

1) In realtà oggi la differenza in termini di prestazioni è spesso trascurabile grazie alle nuove CPU. Il calcolo distribuito trae enormi vantaggi dal cloud: a partire da soluzioni come le istanze GPU di Amazon al fatto che hai un pagamento orario per questo genere di operazioni e puoi letteralmente lanciare qualche migliaio di istanze in poche ore. Impensabile con hardware da comprare e colocare in data center.

2) Non sono un esperto di questi ambiti di cui mi parli. A naso direi che sono entrambi linguaggi che puoi usare in un ambiente con GPU come quello di Amazon, dove a maggior ragione almeno per CUDA penso che Nvidia preveda compatibilità.

Stefano

Non sono ancora riuscito a trovare nessuno che sia esperto nel calcolo su GPU :) Neppure all’università :(
Un prof di architettura dei calcolatori mi ha detto che sarà il futuro ma per ora sono meglio i mainframe. Ma come faccio a comprare un mainframe per un’azienda di cinque persone?
Se è come dici tu contatto amazon e mi faccio spedire qualche documento più dettagliato sui loro sistemi di clouding.

Molto gentile, grazie.

Olatus Rooc

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