Copyright sulle API, Google alla Corte Suprema contro Oracle

Google non si ferma e scrive un esposto, in cui sostiene che applicare il diritto d'autore sulle API sarebbe come brevettare il layout QWERTY delle tastiere

Un contenzioso che non sembra avere fine. Così potrebbe essere definita la guerra che Google e Oracle stanno combattendo nel campo del diritto d’autore sulle API e che in questi giorni si riattualizza con il ricorso di Mountain View alla Corte Suprema degli Stati Uniti.Copyright sulle API, Google alla Corte Suprema contro Oracle

Contro la decisione della Corte di Appello del Circuito Federale di Washington che giudicava sensate le richieste di Oracle definendo a rigore l’applicazione del diritto d’autore anche sulle API Java e, in generale, su tutte le tipologie di API, si erano scatenate le reazioni dell’intero mondo IT. Al di là dei pochi sostenitori di Oracle, la maggior parte delle aziende IT vede nel copyright sulle API un disastro per l’intera industria del software.

Così, di fronte alla legittima richiesta avanzata da Oracle di 1 miliardo di dollari per l’utilizzo delle sue API, Google non cede e gioca la sua ultima battaglia ricorrendo alla Corte Suprema americana, con la speranza che si ribalti nuovamente la sentenza della Corte di Appello e si chiuda quello che è il contenzioso IT più discusso della Silicon Valley e dell’intero pianeta.

Nell’esposto inviato da Google alla Corte Suprema, Mountain View si esprime definendo “funzionale” un codice di programmazione (le API Java usate alla base di alcune funzionalità Android), che non può essere considerato frutto di un lavoro creativo e quindi non può essere coperto da copyright.

Google sulle API Java contro Oracle: come mettere il copyright sul layout QWERTY delle tastiere

A sostegno di questa testi, Google esemplifica la questione parlando del design delle tastiere per PC, noto con il termine di QWERTY. Nell’istanza si può leggere chiaramente che il design sviluppato da Remington con l’organizzazione delle lettere e dei simboli è diventato nel tempo lo standard per le macchine da scrivere e, in seguito, per le tastiere fisiche e virtuali dei PC e dei dispositivi più moderni.

“Le persone”, dice Google, “hanno investito tempo e pazienza nell’apprendimento del design QWERTY e si aspettano che tutte le tastiere lo usino” e rispettino, quindi, quello che con il tempo è diventato uno standard de facto.

Si legge: “In seguito, aziende del calibro di IBM e Apple hanno aggiunto i propri tasti funzionali al layout originale QWERTY. Se Remington conducesse una causa per violazione di copyright contro i produttori di tastiere per aver copiato il layout QWERTY, questa fallirebbe. In caso contrario, Remington potrebbe monopolizzare non solo la vendita storica delle macchine da scrivere per la durata del suo brevetto, ma anche la vendita di tutte le tastiere per quasi un secolo.”.

Un laconico “questo caso solleva la stessa questione di base” chiude l’esempio che Google reputa più che calzante per tutta la vicenda.

Il problema delle API Oracle e Google è nella vetustà del diritto d’autore?

Secondo Guido Scorza, il problema di tutta la vicenda è da ricercare nella vetustà del diritto d’autore (europeo o statunitense, senza troppe differenze) che tutela le opere software, paragonandole alle opere letterarie e salvaguardandone la “forma espressiva” con cui è scritto il codice. Secondo Scorza, la tutela operata dall’attuale disciplina non si estende “ai principi, alle idee e alle funzionalità cui, scrivendo in un certo modo un programma, si dà forma, corpo e sostanza.” Questo è un problema di non poco conto, viso che, come sostiene lo stesso Scorza: “è però frequente – nel caso del codice alla base delle API in modo particolare – che per dar corpo a una determinata funzionalità o a un determinato principio, il programmatore abbia poco margine di manovra e poco spazio per la propria creatività nello scrivere il codice, con la conseguenza che proteggere la forma espressiva con il diritto d’autore rischia di significare estendere la privativa anche sulle idee ed i principi sottostanti”.

Interessante poi il paragone con il caso affrontato nel 2012 dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella sentenza che vedeva come protagoniste SAS Institute contro World Programming LTD. La Corte europea, in una situazione simile a quella di Google e Oracle, aveva proceduto a un ridimensionamento “dell’ampiezza della privativa autorale sul software alla sola forma espressiva del programma e negando, pertanto, che tale tutela possa anche solo avere per effetto quello di vietare il libero utilizzo di idee, principi e funzionalità di un software.”. Conclude Scorza: “se la controversia tra i due giganti, Google ed Oracle, si celebrasse davanti alla nostra Corte di Giustizia, quindi, i pronostici sarebbero tutti a favore di Big G”.

Google è monetariamente responsabile per l’utilizzo delle API? Forse no…

Lo stesso giudice William Alsup che nel 2012 aveva accolto la richiesta di Google, nel suo giudizio aveva scritto che se anche Google avesse riorganizzato “i diversi metodi in differenti raggruppamenti tra le varie classi e pacchetti, l’intero albero sarebbe comunque risultato come un insieme utilitaristico e funzionale di simboli, ciascuno pensato per svolgere una funzione di preassegnata. Per garantire l’interoperabilità, è necessaria la duplicazione della struttura di comando”.

La disputa fra Google e Oracle, quindi, è tutt’altro che finita. E non lo sarebbe neanche se la corte Suprema non accettasse l’esposto di Mountain View. Questo perché l’appello con cui Oracle dichiara “vittoria per l’intera industria del software che si basa sulla protezione del copyright per alimentare l’innovazione”, lascia aperto uno spiraglio a favore di Google, che potrebbe essere considerata non monetariamente responsabile per la violazione. Infatti, la corte d’appello ha reinviato il caso al giudice Alsup per determinare se è valido il diritto di fair use con cui si è difesa inizialmente Google. Lo stesso US Copyright Office, infatti, sostiene: “La distinzione tra ciò che è fair use e ciò che è la violazione non è definita a priori. Non c’è un numero specifico di parole, linee, o note che possono tranquillamente essere prese senza autorizzazione. Riconoscere la fonte del materiale protetto da copyright non sostituisce l’obbligo di ottenere il permesso all’uso.”

Insomma, la battaglia che vede contrapposte Oracle e Google sembra ricca di lungaggini che potrebbero essere ritenute degne delle migliori burocraticità legali nostrane.