La confusione e la poca utilità del mercato italiano delle startup

Quando aprimmo HostingTalk.it nel 2006 il termine startup non esisteva. Ma non esisteva nemmeno Facebook (non in Italia), non esisteva Twitter e tanti altri strumenti che oggi rendono Internet davvero diversa rispetto a pochi anni fa. Cosa mi colpisce piu di tutto cio? Allora come oggi si creavano milioni di progetti online, c'erano imprenditori e persone che avviavano progetti (HostingTalk.it cosa era se non un progetto dei tanti?).

Quando aprimmo HostingTalk.it nel 2006 il termine startup non esisteva. Ma non esisteva nemmeno Facebook (non in Italia), non esisteva Twitter e tanti altri strumenti che oggi rendono Internet davvero diversa rispetto a pochi anni fa. Cosa mi colpisce più di tutto ciò? Allora come oggi si creavano milioni di progetti online, c’erano imprenditori e persone che avviavano progetti (HostingTalk.it cosa era se non un progetto dei tanti?). Molti ce la facevano, altri no, alcuni venivano finanziati da altri imprenditori o investitori, altri rimanevano incompresi o “deserti”. Noi per esempio avevamo creato ilblog.it, una sorta di piattaforma in stile Splinder per creare blog online. 

Oggi tutto è una startup, un termine che inizio ad odiare. Non voglio essere frainteso, credo fortemente nelle startup e nelle iniziative imprenditoriali, sono coinvolto in una di queste al 100%, ma credo altrettanto fortemente che ad oggi, in Italia, il 70% di esse sia vera e propria fuffa. Dalle persone che vogliono creare startup senza avere conoscenza alcuna del campo in cui operano a quelle che chiedono consigli su “come fare” dopo aver avuto una idea nei gruppi più famosi di Facebook, Indigeni Digitali e Startup Italian Scene. La maggior parte di loro non ha alcuna conoscenza tecnica, molti non sanno scrivere una riga di HTML, eppure stanno progettando startup “rivoluzionare”, a loro detta. Tutte nel campo tecnologico, ovviamente. 

C’è un altro elemento fastidioso, il settore, specialmente in Italia, si circonda di presunti guru del mondo startup, “serial entrepreneurs” che quasi sempre sono coinvolti in startup “social”, H24 su Facebook e presenti praticamente in ogni discussione. Non si capisce quasi mai di cosa vivano, consulenze nella maggioranza dei casi. Infine ci sono gli eventi: decine di eventi dedicati alle startup, all’innovazione e a tante altre parolone. Forse abbiamo rggiunto il limite, a maggior ragione perchè le persone che seriamente fanno qualcosa, creano progetti e aziende, lo fanno quasi sempre in silenzio, senza Facebook, e lavorando sodo per portare online i loro progetti, senza chiedere come fare a sviupparli, ma investendoci comunque il massimo delle loro forze.

Parlo di tanti esempi italiani, aziende che risolvono un vero problema, in un vero settore: magari non sono sull’ultimo comunicato stampa dell’incubatore taliano più “cool”, ma hanno un bilancio attivo, hanno revenues e soprattutto sono più innovative dell’ennesimo progetto social per creare un orto, far incontrare gli amici nei bar più alla moda di Milano o ancora “risolvere il problema dei parcheggi” (una chicca sentita all’ultimo Venture Camp Milanese). 

Il social, e le startup ad esso collegate, non hanno quasi mai alcun modello di revenues, almeno in Italia, e sono spesso senza alcun programma definito. Lo diceva Leo Sorge, all’ultimo Cloud Lovers, su oltre 100 aziende intervistate per CloudSeed, più della metà non aveva idea di cosa stesse facendo e dove stesse andando. Insomma, io credo non siano loro che rivoluzioneranno il tessuto imprenditoriale del nostro paese, figuriamoci del resto del mondo. 

Bolla, questo è il termine giusto per la maggior parte delle startup che vi sono attualmente in circolazione, anche in alcuni grandi incubatori come H-FARM. Credo invece vi sia ampio spazio nel B2B, per le startup che sono in grado di dimostrare di risolvere un problema reale, di avere dei ricavi e di poter dare degli stipendi: se escludiamo queste cose rimangono i tanti premi dell’innovazione e le pagine delle testate online per gasarsi con gli amici. Ma non si possono definire aziende, sono progetti, come quelli che si son sempre fatti, con amici, al liceo, poi all’università, nelle nottate a scrivere codice o a sperimentare online. 

Personalmente ho smesso di seguire eventi legati alle startup: preferisco seguire eventi di settore, mi interesso di Cloud Computing, tendo a focalizzarmi su quelli e su settori del B2B tecnologico in cui ho competenza e posso aver una visione e una utilità dalla partecipazione all’evento. Per gli altri, purtroppo, devo dire che sono un ottimo modo per non fare, per perdere tempo quasi sempre: se avete bisogno di incontrare qualcuno potete inviargli una email, prendere un caffe, e ottenere direttamente cosa serve. Il networking “utile” si può fare in altri modi, almeno qui in Italia. 

Ci sono startup serie in Italia, a me piace molto BaaS, vincitrice di CloudSeed, per fare un esempio. Viamente, altro esempio di startup che “funziona” e diviene impresa o azienda, comunque vogliate chiamarla, e così diverse altre. Nel settore cloud computing e webhosting? Quella di Alessio Cecchi è la prima che mi viene in mente, Qboxmail.com. Non voglio far pubblicità, ma mi pare che tutte abbiano un elemento comune: un prodotto che risolve un problema. Non l’ennesimo plugin o analisi di una necessità che non esisterà probabilmente mai, meno ancora in un paese con popolazione molto ridotta e un digital divide impressionante. 

Avere un ambiente di persone che vogliono creare startup non è un male, ma lo diventa nel momento in cui questo diventa pretesto per accogliere nel “gruppo” qualsiasi idea e persona, parlando di imprese quando la maggior parte sono poco più che idee e business plan scritti frettolosamente. Ho un’altra idea di startup e così anche un’altra idea di impresa, soprattutto nel mondo tecnologico.

Colgo l’occasione per augurare buon anno a tutti i nostri lettori.

A voi la parola per qualche spunto interessante in merito!