Named Data Networking, un futuro senza server ed indirizzi IP?

Il Named Data Networking sembra essere destinato a sostituire l'attuale protocollo TCP IP su cui si basa la Rete, per garantire le evoluzioni future del Web

In futuro potremo dire addio a server e indirizzi IP. Questa è la promessa che fa il Named Data Networking Consortium, all’indomani delle discussioni legate all’IPv6, nato per ovviare alla penuria di indirizzi IP e all’aumento dei dispositivi connessi alla Rete.

Il Named Data Networking Consortium è un’associazione internazionale a cui partecipano Cisco, Huawei, Panasonic, Verisign, l’ateneo University of California e Los Angeles (UCLA), l’istituto University of Michigan, insieme ad altri ambienti accademici di Corea, Cina, Giappone, Francia, Svizzera e Italia, fra cui compare l’università Sapienza di Roma, come sperimentatore in fase avanzata.

Infatti, questi enti collaborano già dal 2010 per la diffusione di una nuova tipologia di Rete Internet, basata sul protocollo NDN (Named Data Networking), uno stack di trasmissione che si differenzia dal TCP/IP e su cui è stata già realizzata una rete internazionale funzionante che connette i diversi centri di ricerca e viene usata ai fini di testing.

Le differenze fra il Named Data Networking e le reti basate su IP

A oggi, tutte le connessioni di rete prevedono la presenza di un client che si connette a un determinato server, per ricevere da esso tutta una serie di contenuti pacchettizzati e indirizzati al client, attraverso l’uso delle informazioni contenute nell’header del pacchetto stesso. Il pacchetto, quindi, viene imbustato e la rete non ne conosce il contenuto, ma solo gli indirizzi IP di partenza e quello di destinazione.

Il Named Data Networking, invece, funziona in modo simile alle reti Torrent e ai sistemi P2P basati su hashtable, come i2P. In pratica, la rete non sarà più definita tramite i ruoli di server e client identificati dagli indirizzi IP, ma vi saranno solo i router che svolgeranno tutte le funzioni necessarie. La richiesta di un contenuto si trasformerà in una ricerca del suo hash univoco fra tutti i partecipanti alla rete. Una volta individuate le fonti, il router può scaricare porzioni di contenuto da differenti partecipanti, fino a quando all’utente che ne ha fatto richiesta non arriva il contenuto nella sua interezza.

Named Data Networking, un futuro senza server ed indirizzi IP?

In questo modo, chiunque abbia quel contenuto (in cache o meno), può trasformarsi da sorgente per il contenuto stesso e inviare tutto o parte di esso a qualunque partecipante ne abbia manifestato l’ “interesse”.

Il modello Named Data Networking viene presentato da Cisco come il migliore per supportare le evoluzioni future della Rete che deriveranno dalla concretizzazione di nuove tecnologie come il cloud computing e l’Internet of Things (IoT). Non a caso, dal 2010, il progetto NDN ha ricevuto finanziamenti dalla National Science Foundation per un totale di oltre 13 milioni e mezzo di dollari.

Al di là dei proclami trionfalistici degli enti e delle aziende interessate dalla ricerca, ci sono alcune voci fuori dal coro che individuano nel Named Data Networking un modo per conoscere il contenuto in transito sulla Rete e l’opportunità da parte di alcuni ISP di bloccare i contenuti illegali, semplicemente conoscendone l’hash. Oltre a questo, ci potrebbero essere limiti importanti per quanto riguarda la sicurezza e i sistemi di pushing dei contenuti.

Non resta dunque che domandarsi: il Named Data Networking potrà essere davvero l’Internet del futuro? Ai posteri l’ardua sentenza…