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Server dedicati e business continuity con 1&1

Per quanto il termine ricorra parecchio, la business continuity rimane misconosciuta ai non addetti ai lavori, pur trattandosi di uno dei più importanti aspetti della vita IT di un’azienda. Ricorrendo a tutta una serie di soluzioni, fra i quali anche l’uso di server dedicati, la business continuity garantisce la validità di tutte quelle procedure che consentono la continuità operativa in differenti condizioni avverse, dalla semplice carenza di corrente elettrica fino a eventi più disastrosi come incendi, uragani, terremoti e quant’altro. E a far parte di queste procedure sono entrati di recente anche i dischi SSD

Per quanto il termine sia abbastanza inflazionato, la business continuity rimane semisconosciuta ai non addetti ai lavori, pur trattandosi di uno dei più importanti aspetti della vita IT di un’azienda. Ricorrendo a tutta una serie di soluzioni, fra i quali anche l’uso di server dedicati (come quelli proposti da 1&1), la business continuity garantisce la validità di tutte quelle procedure che consentono la continuità operativa in differenti condizioni avverse, dalla semplice carenza di corrente elettrica fino a eventi più disastrosi come incendi, uragani, terremoti e quant’altro.Server dedicati e business continuity con 1&1

Usando una combinazione di architetture hardware e software, la business continuity persegue due obiettivi principali, che mirano alla ripresa delle funzionalità dei sistemi IT nel minor tempo possibile a seguito dell’evento avverso e alla continuità lavorativa dei diversi reparti dell’azienda.

Affinché si possano realizzare questi obiettivi, la business continuity IT suggerisce di mettere in atto un mix di due tecniche primarie, come l’uso di hardware ridondato e differenziato dal punto di vista della geolocalizzazione e l’applicazione di un importante piano di data replication, producendo copie di backup delle informazioni più importanti su vari tipi di media, da cui ripristinare i dati in casi di estrema necessità.

L’acquisizione di hardware ridondato è forse l’aspetto più discusso, soprattutto negli ultimi tempi che hanno visto le aziende impegnate ad affiancare ai server dedicati, soluzioni più “immateriali” come server virtuali e cloud server.

Si discute meno, invece, degli aspetti che riguardano la data replication, dando spesso per scontato che le soluzioni tradizionali come gli array di dischi SATA e SAS (o SAS-NL) siano le uniche configurazioni possibili per garantire la business continuity.

In realtà, anche il settore della data replication sta evolvendo in modo rapido non solo dal punto di vista delle soluzioni software, ma anche dal punto di vista delle soluzioni hardware. L’avvento dei dischi SSD, ad esempio, unita alla recente migliorata affidabilità e al recente calo dei costi hanno iniziato a sviluppare l’idea che anche questa tipologia di supporti possa essere ben introdotta in un piano destinato alla business continuity.

Da qui, la scelta di alcuni provider lungimiranti, come 1&1, di affiancare agli hard disk SATA i più performanti SSD nella propria offerta di server dedicati, ridondando entrambe le tipologie hardware con dischi di uguale tecnologia e dimensione.

I vantaggi e gli svantaggi degli SSD ai fini della business continuity

Fino a qualche tempo fa, l’opzione principale che le aziende adottavano per garantire la data replication era quella della copia sincrona, ossia l’utilizzo di un blocco di storage enterprise in un sito di produzione (SATA o SAS), a cui far corrispondere il medesimo blocco storage enterprise posto in un sito secondario. Questa soluzione, a volte, obbliga a usare lo stesso hardware e software, con un raddoppio dei costi in termini di acquisizione e licenze. L’efficacia di questa soluzione, quindi, si paga con il costo elevato. Tutto questo non ripara da alcune problematiche proprie di un approccio sincrono, fra cui la necessità dei due siti di essere abbastanza vicini per garantire effettivamente quella velocità di trasferimento dati che serve in condizioni di sincronia delle modifiche ai dati.

Con il tempo, però, alcune aziende hanno deciso di introdurre nei propri piani di business continuity i drive SSD per importare nel cuore dei sistemi di gestione dati, tutta una serie di vantaggi di non poco conto.

La mancanza di parti meccaniche nei drive SSD, infatti riduce (e non di poco):

  • i tempi di accesso ai file (indipendentemente dal settore di memorizzazione) con velocità I/O molto rapide, permettendo così alle aziende di lavorare sfruttando l’intera potenza di elaborazione dei server e l’intera larghezza di banda disponibile e garantendo un elevato livello di responsività delle applicazioni e i benefici business che ne derivano;
  • la rumorosità, il consumo elettrico e il calore rilasciato durante l’uso, consentendo di risparmiare sui costi energetici e di garantire la continuità operativa anche in condizioni climatiche avverse e a temperature elevate, come in caso di guasto ai sistemi di climatizzazione;
  • l’instabilità del disco, migliorando così la resistenza agli urti, diminuendo il rischio di rotture fisiche ed evitando errori di trascrizione dati, calcolo o crash improvvisi.

D’altra parte, proprio la mancanza di parti meccaniche introduce una tecnologia costruttiva che aumenta i costi delle unità stesse e, come tutte le memorie flash incorporate nei circuiti integrati (IC), introduce alcune perplessità sulla durata in termini di cicli di scrittura e lettura e sulla recuperabilità dei dati in caso di malfunzionamento.

L’introduzione degli SSD negli ambienti enterprise è possibile!

Certo è che avere a disposizione tutta una serie di vantaggi così interessanti (come l’elevata velocità di elaborazione dati) e non poterne disporre a livello enterprise è una limitazione di non poco conto. Per questo, le aziende e i provider come 1&1 hanno elaborato dei piani di business continuity che mirano alla mescolanza delle soluzioni di storage ai fini della data replication.

Intendiamoci: implementare array multipli SSD tanto nel sito di produzione quanto in quello di backup sarebbe davvero molto oneroso e prima di perseguire un obiettivo del genere, bisognerebbe valutarne molto bene il rapporto costi/benefici, il ROI e il TCO.

Così, l’alternativa più sensata è di disaccoppiare le soluzioni storage fra il sito di produzione e quello di backup, utilizzando gli array SSD nel primo e un sistema di storage tradizionale (SATA o SAS) nel secondo.

Questo tipo di approccio conferisce all’azienda che lo applica tutti i vantaggi tipici degli SSD in termini di consumi, velocità e correttezza dei dati, pur riducendo i costi di data replication e gli investimenti in business continuity, magari consentendo, se possibile, il riutilizzo degli storage tradizionali già presenti, che vengono semplicemente spostati dal sito di produzione a quello di replica.

Opportune configurazioni software, poi, consentono di armonizzare il piano di data replication, indipendentemente dal layer storage sottostante.

La soluzione di business continuity con SSD proposta da 1&1

In questo contesto di mutamento, si pone la scelta di alcuni provider di proporre delle soluzioni ibride di storage. Ad esempio, 1&1 ha arricchito la sua gamma di server dedicati con l’introduzione di dischi SSD di livello enterprise prodotti da Intel.

L’array SSD adoperato da 1&1 sfrutta drive di livello enterprise, che presentano caratteristiche ben differenti dagli hardware disponibili a livello consumer e, per tanto, capaci di garantire quel livello di affidabilità necessario alle aziende per applicazioni di data replication e business continuity.

L’Intel SSD DC S3500 scelto da 1&1 ha un consumo energetico così basso da permetterne il funzionamento anche per brevi periodi di assenza dell’alimentazione elettrica.

In pratica, a seguito di mancanza di energia, alcuni condensatori incorporati rilasciano il quantitativo di corrente necessario per consentire il completamente delle operazioni in corso e il corretto spegnimento dell’unità. Inoltre, i dati che non possono essere scritti vengono salvati in cache prima dello spegnimento, evitando così la perdita di informazioni causata dai problemi di alimentazione. Questa funzionalità, chiamata Power Loss Protection,  manca nei prodotti SSD di livello consumer, più soggetti, quindi, a rischio di inconsistenza dati.

Tutto questo avviene garantendo quelle che sono le velocità di picco di scrittura e lettura pari a 450 MB/s e 500 MB/s, nonostante tutti i dati siano crittografati con chiave AES da 256 bit. La velocità prestazionale, quindi, non cede il passo alla sicurezza (come normalmente accade) e anche la cancellazione sicura dei dati è agevolata da questo aspetto, in quanto la semplice eliminazione della chiave renderebbe illeggibili tutti i dati contenuti nel drive SSD, garantendo così la privacy delle informazioni aziendali memorizzate.

Nel piano di data replication ai fini della business continuity entrano poi in gioco gli array SATA che in 1&1 potrebbero essere usati come dischi di backup e replica. E perché ciò sia fattibile 1&1 garantisce una protezione dati end-to-end: lungo l’intero percorso delle informazioni via SATA, attraverso il bus di trasferimento fino ai blocchi NAND del disco SSD, i dati sono protetti dai controlli sul checksum CRC e sugli indirizzi dei blocchi e dall’uso della tecnologia ECC memory del disco SSD. Questo garantisce che la data replication avvenga senza errori e che i dati siano copiati con i loro valori digitali originari.

In definitiva, proteggere i dati è un fattore essenziale per qualsiasi business, ma al contempo è importante implementare nuove tecnologie che migliorino i processi e le performance, per questo soluzioni ibride come quelle di 1&1 permettono alle aziende di avvantaggiarsi dei benefici dei dischi SSD senza perdere in affidabilità ai fini del backup dati e con costi sostenibili. In questo modo, la business continuity si trasforma da una semplice attività pianificata a un processo in divenire.

 

 

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